Politica
USA, il Board of Peace di Trump promette 5 miliardi per Gaza
A Washington la prima riunione dell’organismo internazionale: fondi per la ricostruzione, forza di stabilizzazione e Italia presente come Paese osservatore tra adesioni e polemiche diplomatiche
Il Board of Peace è il nuovo organismo internazionale promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump con l’obiettivo dichiarato di gestire la fase post-bellica della Striscia di Gaza, coordinando aiuti umanitari, ricostruzione e sicurezza. La prima riunione ufficiale è fissata per il 19 febbraio 2026 a Washington, presso il Donald J. Trump Institute of Peace.
Secondo quanto annunciato dallo stesso Trump su Truth, in quell’occasione verrà formalizzato un impegno complessivo di oltre 5 miliardi di dollari da parte degli Stati membri per Gaza, insieme alla messa a disposizione di migliaia di persone destinate a una Forza Internazionale di Stabilizzazione e alla Polizia locale, con l’obiettivo di mantenere sicurezza e ordine per la popolazione civile.
Cos’è il Board of Peace e qual è il suo significato
Nelle intenzioni del suo promotore, il Board of Peace non è soltanto un fondo multilaterale né una missione internazionale “classica”. Lo statuto lo descrive come un’organizzazione chiamata a promuovere la stabilità, a contribuire al ripristino di un governo ritenuto affidabile e legittimo e a sostenere una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti.
Il punto politico che rende il Board of Peace particolarmente discusso è che, pur essendo nato attorno alla questione Gaza, il suo perimetro risulta più ampio: la Striscia e la Palestina non vengono sempre menzionate in modo esplicito nei documenti divulgati, lasciando intendere che l’organismo possa essere utilizzato anche in altri scenari internazionali. Trump lo ha definito un organismo dal “potenziale illimitato”, sostenendo che potrebbe diventare “l’organismo internazionale più influente della storia”.
Gaza: fondi, ricostruzione e sicurezza
Il cuore operativo del progetto riguarda Gaza. L’annuncio più rilevante è quello relativo alle risorse: oltre 5 miliardi di dollari impegnati dagli Stati membri per sostenere interventi umanitari e ricostruzione. A questo si aggiunge la componente di sicurezza, con migliaia di uomini destinati a una Forza Internazionale di Stabilizzazione e a un rafforzamento della Polizia locale.
Trump ha inoltre collegato la sostenibilità del piano a condizioni politiche e di sicurezza, ribadendo che la smilitarizzazione di Hamas sarebbe un passaggio ritenuto decisivo. Nel dibattito pubblico, resta però centrale la domanda su compiti, regole d’ingaggio e legittimazione internazionale di un’eventuale forza dispiegata sul territorio.
Chi partecipa al Board of Peace: i Paesi e le adesioni
Secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime settimane, l’adesione al Board of Peace coinvolge Paesi con orientamenti molto diversi tra loro, inclusi governi considerati sovranisti o autoritari. La lista è in evoluzione e, alla vigilia della riunione di Washington, non tutti hanno confermato la presenza con lo stesso livello di rappresentanza.
Tra i Paesi indicati come aderenti al Board of Peace (o firmatari) della carta istitutiva figurano, tra gli altri:
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Egitto, Ungheria, Argentina, Albania, Marocco, Pakistan, Indonesia.
Israele ha aderito in una fase successiva: il premier Benjamin Netanyahu non sarebbe presente alla riunione inaugurale, ma lo Stato ebraico dovrebbe essere rappresentato dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar.
Italia: perché non aderisce e cosa significa “Paese osservatore”
L’Italia non aderisce formalmente al Board of Peace, ma ha annunciato la propria presenza alla riunione di Washington come Paese osservatore. La motivazione richiamata dal governo riguarda limiti costituzionali, con particolare riferimento ai principi dell’articolo 11 della Costituzione, legati alla possibilità di cedere quote di sovranità solo in condizioni di parità tra gli Stati e in cornici compatibili con l’ordinamento.
La partecipazione da osservatore punta quindi a mantenere un canale politico e diplomatico aperto sul dossier Gaza senza sottoscrivere, almeno in questa fase, lo statuto dell’organismo.
Un organismo discusso: quali sono le incognite
Il Board of Peace nasce tra ambizione e controversie. Da un lato, l’annuncio di miliardi per Gaza e di una forza di sicurezza multinazionale viene presentato come un tentativo di accelerare aiuti e ricostruzione. Dall’altro, restano aperti diversi nodi: governance, rapporto con l’Onu, legittimità internazionale, definizione dei poteri sul campo e bilanciamento tra sicurezza e autodeterminazione.
La riunione del 19 febbraio 2026 sarà il primo vero test politico per capire se il Board of Peace potrà diventare un attore stabile nello scenario internazionale o se si scontrerà rapidamente con la complessità della diplomazia globale e del terreno di Gaza.
