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Salute

Sanità, la riforma Schillaci cambia la medicina generale

Medici divisi tra convenzione riformata e possibile dipendenza, mentre le Case della Comunità diventano il centro del nuovo modello territoriale

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Medico cartella clinica

La riforma Schillaci della medicina generale apre uno dei confronti più delicati degli ultimi anni sul futuro della sanità territoriale italiana. La proposta presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni punta a ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia, rafforzando le Case della Comunità e introducendo un modello a doppio canale: da una parte la convenzione riformata, dall’altra la possibilità per alcuni medici di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale.

Il progetto nasce con un obiettivo dichiarato: rendere più efficace l’assistenza primaria, avvicinare le cure ai cittadini e dare piena attuazione alla riorganizzazione prevista dal Pnrr. Ma la reazione dei medici è stata durissima. Ordini professionali e sindacati parlano di una riforma non condivisa, capace di indebolire il rapporto fiduciario tra medico e paziente e di aprire nuove criticità organizzative.

Riforma Schillaci medicina generale: cosa prevede il nuovo modello

Il punto centrale della riforma è l’introduzione di un sistema misto. La convenzione resta il modello ordinario per la medicina generale e per la pediatria di libera scelta, ma viene ridefinita con nuovi obblighi organizzativi. I medici convenzionati dovrebbero essere maggiormente integrati nella rete territoriale, partecipare alle attività delle Case della Comunità, utilizzare sistemi informativi interoperabili e contribuire in modo più strutturato alla presa in carico dei pazienti cronici e fragili.

Accanto alla convenzione riformata, la proposta introduce un secondo canale: quello della dipendenza. Alcuni medici, su base volontaria e secondo la programmazione delle Regioni, potrebbero essere assunti direttamente dal Servizio sanitario nazionale per lavorare nelle funzioni territoriali più strutturate, in particolare nelle Case della Comunità hub, nei presidi individuati dalle Regioni e nei servizi di continuità assistenziale integrata.

Il nuovo assetto si inserisce nel percorso di rafforzamento della sanità di prossimità previsto dal Pnrr, che individua nelle Case della Comunità uno dei pilastri della riforma dell’assistenza territoriale.

Perché i medici contestano la riforma

La contestazione dei medici di famiglia riguarda soprattutto due aspetti: il metodo e il merito. Sul metodo, le organizzazioni professionali lamentano l’assenza di un confronto reale con chi ogni giorno lavora sul territorio. Sul merito, il timore è che la riforma possa modificare profondamente l’identità della medicina generale, trasformando il medico di famiglia da professionista di fiducia del cittadino a figura inserita in una logica prevalentemente aziendale.

La posizione della Federazione nazionale degli Ordini dei medici è particolarmente critica. Il presidente Filippo Anelli ha definito la proposta inefficace, inutile e dannosa, sostenendo che una riforma della medicina territoriale non possa essere costruita senza il coinvolgimento dei medici e dei cittadini. La presa di posizione ufficiale è stata pubblicata dalla FNOMCeO sulla riforma della medicina territoriale.

Anche la FIMMG, principale sindacato dei medici di medicina generale, ha espresso una netta contrarietà, sostenendo che il provvedimento rischia di compromettere la medicina di prossimità, aggravare le carenze territoriali e rendere meno attrattiva la professione per i giovani medici.

Cosa cambia per i cittadini

Per i cittadini, almeno nell’immediato, la riforma non comporta l’abolizione del medico di famiglia né la cancellazione del rapporto fiduciario. Chi è seguito da un medico convenzionato continuerà ad avere il proprio riferimento sanitario, ma quel medico sarà chiamato a operare dentro una rete più organizzata e misurabile.

La novità più concreta riguarda il possibile rafforzamento delle Case della Comunità, pensate come luoghi in cui trovare medici, infermieri, specialisti, servizi diagnostici di base e percorsi di presa in carico per cronicità e fragilità. In teoria, questo potrebbe significare più accessibilità, più continuità assistenziale e meno ricorso improprio al pronto soccorso.

Il nodo, però, è l’equilibrio tra organizzazione e relazione. Nelle strutture territoriali più grandi, dove i medici potrebbero alternarsi, il cittadino potrebbe trovare più facilmente un professionista disponibile, ma non sempre lo stesso medico che conosce la sua storia clinica. È qui che si gioca la parte più delicata della riforma: migliorare l’accesso ai servizi senza impoverire la continuità del rapporto medico-paziente.

Come cambierebbe il lavoro dei medici di famiglia

La riforma Schillaci interviene anche sul modo in cui viene concepito il lavoro del medico di famiglia. Oggi il modello si basa soprattutto sulla quota capitaria, cioè sul numero di assistiti presi in carico. Con la nuova impostazione, il sistema dovrebbe spostarsi progressivamente verso una remunerazione più legata agli obiettivi, alla presa in carico dei pazienti cronici, alla partecipazione alla rete territoriale e alle attività svolte nelle Case della Comunità.

Non si tratta, quindi, soltanto di una modifica contrattuale. Il cambiamento riguarda il ruolo stesso del medico, che non sarebbe più soltanto il presidio individuale di riferimento per il paziente, ma anche un attore stabile dentro un’organizzazione territoriale più complessa. Questo passaggio può migliorare il coordinamento dei servizi, ma richiede risorse, personale di supporto, strumenti digitali funzionanti e una governance chiara.

Il ruolo delle Regioni nella nuova medicina territoriale

Un altro elemento centrale della proposta è il rafforzamento del ruolo delle Regioni. Saranno loro, secondo l’impostazione della bozza, a programmare i fabbisogni, individuare le sedi, definire i contingenti dei medici dipendenti e organizzare le funzioni territoriali più strutturate.

Questo passaggio può rendere la riforma più aderente alle esigenze dei territori, ma porta con sé anche un rischio: aumentare le differenze tra Regioni già forti e Regioni più fragili. In un Paese in cui l’accesso alla medicina di base è già disomogeneo, il successo della riforma dipenderà dalla capacità di garantire standard minimi realmente uniformi.

Case della Comunità: opportunità o punto debole?

Le Case della Comunità sono il fulcro dell’intero progetto. Nelle intenzioni del Ministero, devono diventare il punto di riferimento della sanità di prossimità, soprattutto per anziani, pazienti cronici, persone fragili e cittadini che hanno bisogno di risposte sanitarie non ospedaliere.

Il problema è che queste strutture non possono funzionare solo sulla carta. Servono medici, infermieri, specialisti, tecnologie, personale amministrativo e percorsi chiari. Senza queste condizioni, il rischio è costruire contenitori organizzativi privi della forza necessaria per alleggerire davvero ospedali e pronto soccorso.

Il tema è rilevante anche alla luce dello stato di avanzamento della sanità territoriale finanziata dal Pnrr, monitorata da strumenti indipendenti come OpenPNRR sui progetti dedicati alle Case della Comunità.

Una riforma ancora da scrivere nei dettagli

La riforma Schillaci della medicina generale è ancora in una fase politica e tecnica aperta. La bozza dovrà essere condivisa con le Regioni, tradotta in un testo definitivo e poi eventualmente portata in Consiglio dei ministri. Molti aspetti restano da chiarire: criteri di accesso alla dipendenza, numero dei medici coinvolti, impatto economico, gestione della fase transitoria, rapporto con gli accordi collettivi e garanzie per i pazienti.

Il confronto sarà inevitabilmente complesso. Da una parte c’è la necessità di modernizzare una medicina territoriale spesso sovraccarica, frammentata e non sempre adeguata ai bisogni di una popolazione sempre più anziana. Dall’altra c’è il rischio di intervenire su un pilastro del Servizio sanitario nazionale senza il consenso di chi quel sistema lo tiene in piedi ogni giorno.

Nato a Nocera Inferiore il 10 febbraio 1994, è fotoreporter e giornalista nel settore dell'informazione sportiva. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione nel 2016 presso l'Università degli Studi di Salerno, e nel 2018 in Corporate Communication e Media nello stesso ateneo. Passionale, creativo, amante della comunicazione face-to-face, è da sempre patito di calcio, del quale è affascinato in ogni sua sfaccettatura. Ha praticato la pallacanestro a livello agonistico per diversi anni. Tra i suoi hobby non si possono tralasciare la musica, la fotografia e la cucina.

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