Costume
Cucina, quanto conta davvero l’idratazione nella pizza napoletana secondo il disciplinare
Dalla tradizione alle versioni moderne: percentuali, tecniche e rischi dietro un impasto che definisce identità e qualità
L’idratazione dell’impasto è uno dei temi più discussi – e spesso fraintesi – quando si parla di pizza napoletana. Nel dibattito moderno capita di leggere ricette a idratazione molto alta, al 70% o oltre, ma per capire davvero cosa sia corretto è necessario partire dalla tradizione e da ciò che viene tutelato dal disciplinare.
Il Disciplinare dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, consultabile direttamente sul portale della Associazione Verace Pizza Napoletana, definisce una serie di parametri tecnici per proteggere l’identità della vera pizza napoletana. Tra questi rientrano ingredienti, lavorazione, tempi di lievitazione e modalità di cottura; l’idratazione, pur non essendo indicata con una percentuale rigida, trova il suo equilibrio naturale nelle pratiche consolidate dei pizzaioli partenopei.
Cosa prevede davvero la tradizione sull’idratazione
Il range più fedele alla tradizione si colloca tra il 60% e il 65% di idratazione. In termini pratici significa che, per 1 kg di farina, vengono aggiunti circa 600–650 grammi d’acqua. È un livello che consente di ottenere un impasto equilibrato, lavorabile e capace di sopportare la cottura a temperature molto elevate senza perdere struttura.
Un impasto con idratazione tra il 60% e il 65% offre diversi vantaggi concreti:
– una maggiore stabilità in fase di puntata e appretto;
– un punto di pasta facilmente gestibile in stesura;
– una cottura rapida, tra i 60 e i 90 secondi, come richiesto dalla tradizione;
– un cornicione presente ma non esasperato, con una buona scioglievolezza al morso.
Non è un caso se questo intervallo di idratazione è spesso consigliato anche per chi prepara la pizza napoletana in casa: i forni domestici, infatti, non raggiungono le stesse temperature dei forni a legna professionali, e un impasto eccessivamente idratato rischia di risultare difficile da gestire e da cuocere in modo uniforme.
Le versioni contemporanee: idratazione al 70% e oltre
Negli ultimi anni, la pizza napoletana ha vissuto una forte evoluzione. Molti maestri pizzaioli hanno iniziato a sperimentare idratazioni più alte, intorno al 70% – e, in alcune interpretazioni estreme, anche superiori – prendendo in prestito tecniche dalla panificazione moderna.
Un impasto così idratato si presenta:
– estremamente morbido e cedevole;
– più appiccicoso e complesso da maneggiare;
– molto più alveolato dopo la cottura;
– con un cornicione alto, soffice e ricco di “bolle”.
Il risultato è una pizza dall’aspetto scenografico, con una struttura molto ariosa e una percezione di leggerezza spesso superiore. Tuttavia, serve grande abilità nella gestione dell’impasto, una farina con un buon potere di assorbimento e una cottura curata al millimetro.
Le analisi tecniche dedicate alla pizza e alla panificazione pubblicate da Gambero Rosso ricordano che un’idratazione elevata non rende automaticamente una pizza migliore: la differenza è soprattutto organolettica, legata alla struttura, alla consistenza e alla percezione in bocca. La qualità finale dipende sempre e comunque dalla corretta lavorazione delle materie prime e dall’equilibrio complessivo della ricetta.
Impasto e tecnica: cosa dice il disciplinare
Il disciplinare descrive con precisione il procedimento di impasto, ponendo l’accento più sul metodo che sulle percentuali rigide. In sintesi, il processo tradizionale prevede che:
– si parta dall’acqua;
– si sciolga il sale (tra 40 e 60 g per litro);
– si aggiunga circa il 10% della farina totale;
– si stemperi il lievito in questa base;
– si introduca gradualmente il resto della farina fino al raggiungimento del cosiddetto “punto di pasta”.
L’impasto può essere realizzato a mano oppure lavorato in impastatrice a forcella, a spirale o a braccia tuffanti, tutte con cestello ad angoli smussati e rotante. L’obiettivo è ottenere una massa compatta, liscia e omogenea.
Un dettaglio importante spesso sottovalutato: sale e lievito non devono restare a contatto diretto per più di pochi minuti, perché un’esposizione prolungata rischia di danneggiare le cellule del lievito e compromettere la lievitazione.
Il disciplinare sottolinea inoltre che la quantità d’acqua dipende dalla capacità di assorbimento della farina: forza, tenacia, estensibilità e contenuto proteico determinano il livello di idratazione ottimale. Non tutte le farine, infatti, reggono allo stesso modo una idratazione elevata.
Come si calcola l’idratazione
Da un punto di vista tecnico, l’idratazione esprime la quantità d’acqua in percentuale rispetto alla farina. La formula è semplice:
(grammi di acqua ÷ grammi di farina) × 100
Ecco alcuni esempi pratici:
– 300 ml di acqua e 500 g di farina: (300 ÷ 500) × 100 = 60%
– 365 g di acqua e 650 g di farina: (365 ÷ 650) × 100 ≈ 56,15%
– idratazione al 65% con 350 g di farina: (350 × 65) ÷ 100 = 227,5 g di acqua
Questi calcoli valgono per tutte le tipologie di pizza. Le pizze tonde al piatto, in genere, restano tra il 55% e il 65%, mentre le pizze in teglia o alla pala possono arrivare tranquillamente al 70–90%, con maturazioni prolungate e temperature controllate. Non a caso, molte guide tecniche per i prodotti da forno distinguono chiaramente i diversi livelli di idratazione in base al tipo di lavorazione, alla farina e al risultato desiderato.
Pro e contro dell’alta idratazione nella pizza napoletana
Prediligere un impasto ad alta idratazione offre alcuni vantaggi, a patto che tutta la lavorazione sia eseguita a regola d’arte.
Tra i principali punti di forza:
– una pasta più leggera al morso, con una sensazione di scioglievolezza;
– un cornicione molto alveolato, soffice e vaporoso;
– una fetta che, se ben bilanciata, mantiene la giusta tenuta quando viene sollevata.
Dall’altro lato, i rischi non sono trascurabili:
– maggiore difficoltà nella lavorazione, soprattutto in fase di staglio e stesura;
– rischio che parte dell’acqua resti “libera” nell’impasto, rendendo il prodotto finale colloso e poco piacevole da masticare;
– maggiore sensibilità ai tempi e alle temperature di cottura, con la possibilità di ottenere una pizza umida e gommoso se si sbaglia anche di poco la gestione del forno.
La lezione è chiara: l’alta idratazione non è di per sé un valore assoluto, ma uno strumento in più nelle mani di chi conosce bene farine, impasti e cotture.
Idratazione e disciplinare: trovare l’equilibrio giusto
Il disciplinare della pizza napoletana non impone una singola percentuale di idratazione, ma consegna a pizzaioli e appassionati un metodo preciso, frutto di una storia secolare. All’interno di questo metodo, la pratica ha dimostrato che un’idratazione intorno al 60–65% rappresenta un equilibrio ideale tra tradizione, lavorabilità e risultato finale.
Le interpretazioni contemporanee, con idratazioni al 70% o oltre, hanno arricchito il panorama delle pizzerie napoletane di stili nuovi e spesso spettacolari, ma richiedono tecnica, esperienza e un controllo rigoroso di ogni fase, dalla scelta della farina alla cottura.
In definitiva, più che inseguire numeri estremi, vale la pena chiedersi cosa voglia esprimere davvero una pizza napoletana: identità, equilibrio, digeribilità e rispetto di un patrimonio che il disciplinare aiuta a preservare. L’idratazione è uno degli strumenti per arrivarci, non il fine ultimo.
