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Attualità

Eugenia Carfora, la storia vera della preside che ha ispirato la fiction Rai con Luisa Ranieri

La lotta quotidiana contro la dispersione scolastica nel Parco Verde di Caivano della dirigente è una storia vera, quella di una scuola diventata presidio civile e possibilità di riscatto

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Eugenia Carfora

Non è solo una fiction televisiva, ma il racconto di una delle esperienze educative più significative degli ultimi anni in Italia. La serie Rai “La Preside” porta in prima serata una storia che, prima di diventare televisione, è stata soprattutto scuola: quella di Eugenia Carfora, dirigente scolastica che da anni lavora nel Parco Verde di Caivano, uno dei contesti sociali più complessi dell’area metropolitana di Napoli.

Al centro del suo impegno c’è un obiettivo chiaro e concreto: contrastare la dispersione scolastica e restituire ai ragazzi una possibilità reale di futuro. Una battaglia quotidiana, fatta di presenza, determinazione e scelte spesso controcorrente.

La serie si ispira a una vicenda autentica, maturata dentro aule difficili, cortili segnati dal degrado e famiglie spesso lasciate sole. Sullo schermo, il personaggio trova volto e intensità nell’interpretazione di Luisa Ranieri, ma il cuore del racconto resta l’esperienza quotidiana di una preside che ha scelto di restare dove molti avrebbero preferito non andare.

La scelta che nessuno voleva fare

La storia di Eugenia Carfora prende forma nel 2007, quando, appena superato il concorso per dirigenti scolastici, decide di assumere la guida di una scuola del Parco Verde di Caivano. È una scelta controcorrente, perché quel territorio è già percepito come “impossibile”: alta dispersione, fragilità sociale diffusa, edifici scolastici in condizioni critiche, un clima in cui la scuola rischia di diventare l’ultima delle priorità.

In quegli anni, il Parco Verde è già al centro di narrazioni dure e stigmatizzanti. Eppure, proprio lì Carfora individua un punto decisivo: se una comunità perde anche la scuola, perde ogni argine. Da questa consapevolezza nasce un impegno che non è soltanto professionale, ma civile e umano.

Andare a prendere i ragazzi casa per casa

Quella scelta, però, non resta simbolica. Diventa azione quotidiana. All’inizio, la dirigente si scontra con un quadro desolante: strutture trascurate, spazi degradati, frequenze discontinue e ragazzi che spariscono dalle classi senza che nessuno riesca a recuperarli. Le procedure ordinarie non funzionano. Le lettere, i richiami formali e i tempi della burocrazia non riescono a reggere l’urgenza di una dispersione che, nei fatti, significa strada e rischio.

È in questo scenario che Eugenia Carfora sceglie un metodo radicale: non aspettare. Esce dalla scuola, cerca gli studenti, bussa alle porte, entra nei cortili, parla con le famiglie. Un gesto che col tempo diventa simbolico, ma che nasce da una necessità molto concreta: riportare a scuola chi, altrimenti, sarebbe stato assorbito da dinamiche ben più pericolose.

Il peso del contesto e gli anni più duri

Il lavoro educativo, in un territorio segnato da criminalità e marginalità, non è mai neutro. Chi prova a cambiare le cose rischia di disturbare equilibri consolidati. In più fasi, Eugenia Carfora viene osteggiata e isolata, definita “pazza”, invitata implicitamente ad andare via.

In quel contesto, restare non è una scelta neutra. Eppure la decisione resta sempre la stessa: rimanere e costruire, giorno dopo giorno, un’alternativa credibile per i ragazzi.

Negli anni, il Parco Verde continua a fare notizia per vicende drammatiche che aumentano lo stigma e rendono ancora più difficile, soprattutto per i più giovani, immaginare un futuro diverso. Proprio in quel clima, la scuola assume un ruolo ancora più decisivo: non soltanto luogo di istruzione, ma presidio sociale, spazio di normalità e protezione.

La rinascita dell’Istituto Morano

Quando si presenta l’occasione di guidare un altro istituto che nessuno vuole dirigere, Carfora non si tira indietro. Arriva all’Istituto Morano di Caivano, un professionale con diversi indirizzi, e ritrova criticità simili: disordine, abbandono, aule vuote, rassegnazione. Anche qui, la risposta non è cosmetica. È strutturale.

La dirigente attiva reti, coinvolge docenti e famiglie, dialoga con le istituzioni e punta su una leva spesso trascurata: rendere la scuola un luogo credibile, bello, funzionale, capace di competere con l’attrazione negativa della strada. I fondi europei e le risorse del PNRR vengono utilizzati per trasformare spazi e laboratori, offrendo opportunità formative concrete e orientate al lavoro.

Oggi l’Istituto Morano conta circa 750 studenti, un numero impensabile solo pochi anni prima, ed è diventato un punto di riferimento educativo in un territorio complesso, dimostrando che anche nelle periferie più fragili la scuola può essere una piattaforma di riscatto.

Educare senza militarizzare

Nel percorso non mancano episodi critici, come la presenza di coltelli a scuola. La gestione di questi casi mantiene però una linea coerente: non spettacolarizzare, non ridurre tutto alla repressione, ma trasformare l’emergenza in un momento educativo.

Carfora chiama attorno al tavolo genitori, istituzioni e forze dell’ordine, perché l’educazione non può essere scaricata soltanto sulla scuola, soprattutto quando il territorio è attraversato da segnali di rischio costanti. È un equilibrio complesso: garantire sicurezza senza snaturare il ruolo educativo.

Perché questa storia parla a tutta l’Italia

“La Preside” non è soltanto una fiction di successo: è la traduzione televisiva di un’idea di scuola che resiste, che sceglie di stare nei luoghi difficili e di non arretrare. La storia di Eugenia Carfora dimostra che il contrasto alla dispersione scolastica non passa solo da progetti e norme, ma da una presenza quotidiana capace di creare fiducia, metodo e opportunità concrete.

Oggi, l’esperienza del Morano entra nelle case degli italiani attraverso la televisione. Ma il lavoro della preside continua lontano dai riflettori, nella dimensione più reale e meno narrativa: quella di una dirigente che prova, ogni giorno, a portare a scuola un ragazzo in più.

Perché, in certi luoghi, la scuola non è solo istruzione: è l’ultima possibilità di scegliere una strada diversa.

Nato a Nocera Inferiore il 10 febbraio 1994, è fotoreporter e giornalista nel settore dell'informazione sportiva. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione nel 2016 presso l'Università degli Studi di Salerno, e nel 2018 in Corporate Communication e Media nello stesso ateneo. Passionale, creativo, amante della comunicazione face-to-face, è da sempre patito di calcio, del quale è affascinato in ogni sua sfaccettatura. Ha praticato la pallacanestro a livello agonistico per diversi anni. Tra i suoi hobby non si possono tralasciare la musica, la fotografia e la cucina.

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