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Spettacolo

BCT, Servillo racconta la grande bellezza di De Filippo

In dirittura d’arrivo il Festival Nazionale della Televisione e del Cinema che, per il penultimo giorno, ha ospitato il protagonista di numerosi di Sorrentino in una serata dedicata interamente al genio del grande Eduardo

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Toni Servillo Bct
Foto: ZetaNews.it

Geniale, espressivo e drammaticamente attuale. Il ritratto che Servillo ha tratteggiato, lettura dopo lettura, di Eduardo consegna al pubblico di Piazza Roma l’estro, la poetica e la visionarietà di uno dei più grandi autori e attori teatrali di sempre.

Un racconto, quello che Servillo fa di De Filippo, che parte dall’uomo e ritorna all’uomo senza attraversare, se non didascalicamente, il livello attoriale, perché “a ben guardare pare che De Filippo il mestiere dell’attore lo abbia scritto tra le rughe e le espressioni della sua faccia, pare che lo abbia somatizzato e che nella vita non avrebbe potuto far altro che l’attore”.

In apertura, la proiezione di uno spezzone del capolavoro “Filumena Marturano” evidenzia quella che poi Servillo spiegherà essere la caratteristica drammaturgica tipica del teatro eduardiano: l’incertezza. I personaggi di Eduardo sono precari, in eterno equilibrio tra decadenza e speranza. L’alone di drammatica incertezza che avvolge le scene obbliga lo spettatore ad un esercizio di autoanalisi, a guardarsi in quello specchio “scostumato” e “parlanfaccia” in cui si specchia “Il Sindaco del Rione Sanità” per scoprirsi comico e tragico allo stesso momento. Quello di Eduardo è un teatro che non risparmia nessuno da questo drammatico esercizio e che empie l’animo dello spettatore di frustrazione, vergogna e pessimismo.

La serenità? C’è ma è come un bagliore alla fine di un tunnel: da raggiungere faticosamente e col rischio che la sua prossimità si riveli illusoria, come ben sa Vincenzo De Pretore. Morto come era vissuto, da “mariuolo”, De Pretore è uno dei tanti diseredati dei personaggi di De Filippo (di cui Servillo ha letto la storia scritta in versi da Eduardo) che è obbligato al malaffare e che per sopravvivere deve “industrializzare l’illegalità” (come l’Amalia della “Napoli Milionaria”). Giunto nell’aldilà De Pretore scoprirà che quella speranza era un dettagliatissimo sogno che lui si era costruito e al quale autonomamente aveva dato modo d’essere, giorno dopo giorno, candela dopo candela a San Giuseppe. È la tragedia sempreverde dell’uomo tutt’altro che artefice del proprio destino, piuttosto attore non protagonista di un destino indecifrabile e perciò quasi mai modificabile. Così l’unica speranza dei suoi personaggi è quella di una pace interiore che si raggiunge solo quando al “parlanfaccia” si riesce a guardare senza vergogna (come Gennarino della “Napoli Milionaria”).

L’ultimo riferimento è alla attualità e all’utilità sociale del teatro di Eduardo. Servillo sceglie, infatti, per l’epilogo della serata uno spezzone della serie “Peppino Girella” prodotta da De Filippo per la Rai. Peppino, disoccupato e in là con gli anni, è alla disperata ricerca di un posto di lavoro che gli restituisca identità e dignità.

Nonostante i numerosi tentativi Peppino finisce per essere vittima delle spietate leggi del mercato del lavoro che non riesce a proporgli niente di più vantaggioso di un volontariato con orari e mansioni da contratto lavorativo, previa un tirocinio a sue spese. Condizioni, quelle proposte a Peppino che impongono non l’assoluzione, ma quantomeno l’ascolto e la comprensione dei De Pretore di ieri, di oggi e di domani…

Classe 1995. Laureato in Lettere Moderne e attualmente iscritto alla laurea magistrale binazionale italo-tedesca "LIDIT" (Linguistica e Didattica dell'Italiano nel contesto Internazionale). Giornalista di Cronache del Sannio, addetto stampa e responsabile cultura di ASC Confcommercio. Collabora con Teatri e Culture, Derivati Sanniti e PalcoscenicoCampania. Allievo dei corsi di Canto e Recitazione dell'Accademia di Santa Sofia e membro dell'Associazione Giovanile Thesaurus.

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