Seguici sui social

Attualità

Strage di Via d’Amelio: alla Storia non basta sapere che qualcuno è Stato

Dopo 29 anni, non conosciamo ancora la verità dei fatti. Narrazione dello sviluppo delle indagini, del processo, e le parole dell’indimenticato magistrato

Pubblicato

il

Falcone Borsellino
foto: flickr.com

19 luglio 1992. Un’autobomba carica di esplosivo viene fatta esplodere per volontà e per mano di alcuni mafiosi in via Mariano D’Amelio, uccidendo il magistrato Paolo Borsellino e cinque dei sei uomini della sua scorta. Questo il resoconto in nuce della strage di via d’Amelio che se rispondesse completamente alla verità dei fatti, oggi ci chiamerebbe a commemorare la morte di una vittima della mafia e continuare a diffondere, purtroppo non solo in suo nome, i valori della legalità. Tuttavia, dal momento che ad oggi è ancora in corso un processo sul presunto depistaggio delle indagini (iniziato dinanzi al tribunale di Caltanissetta il 5 novembre del 2018), oltre che commemorare ed educare alla legalità, dovremmo iniziare a ribellarci all’idea di dover sopportare il peso di un dubbio poco dignitoso e vigilare affinché sia fatta luce sulle vicende di quella strage, perché la squallida morale di ogni sentenza, dal Borsellino Uno al Borsellino quater è stata: qualche mafioso è stato.

Strage di via D’Amelio, 29 anni dopo non conosciamo ancora la verità dei fatti

Infatti, a 29 anni di distanza, si è ancora lontani dal poter dire di conoscere la verità sui fatti e di aver condannato tutti i colpevoli, come emerge chiaramente dagli atti dei processi e dalle diverse testimonianze. Quella che, con tanto orgoglio quanta ipocrisia, abbiamo storicizzato è una verità estremamente comoda, mentre una inquietante e scomoda verità (che continua ad essere una possibile verità giuridico-giudiziaria) rimane, nella migliore delle ipotesi, un’omertosa consapevolezza, pensata, silente, magari largamente condivisa ma senza alcun futuro storico.

La verità in questione si mostrò in tutta la sua inquietudine ancora prima del giorno dell’attentato quando Antonio Caponnetto, in un’intervista alla Rai, dichiarò che le autorità palermitane avevano ricevuto richiesta da parte della scorta di vietare il parcheggio nella zona antistante il palazzo dove abitavano, all’epoca dei fatti, Maria Pia Lepanto e Rita Borsellino (madre e sorella di Paolo) perché la zona era considerata pericolosa. La richiesta è rimasta senza seguito. O meglio, un seguito lo ha avuto…

Il processo sulla strage di via D’Amelio: dal Borsellino uno al Borsellino quater

Le prime indagini e il processo Borsellino uno portarono, nell’autunno del ’92, all’arresto di Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino che si autoaccusarono di aver rubato la Fiat 126 utilizzata per l’attentato, salvo poi dichiarare nel 2009, all’indomani dell’autoaccusa del furto da parte del nuovo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, di essere stati costretti dal questore La Barbera e dal suo gruppo investigativo sotto minacce e maltrattamenti a dichiarare il falso. In realtà, già nel 1998, ai tempi del Borsellino bis Scarantino, passato alla storia come il falso pentito, durante un’udienza ritrattò la sua versione originaria e sostenne di essere stato costretto a collaborare dal questore La Barbera, ma allora i giudici non gli credettero.

La sentenza sul processo Borsellino quater, iniziato nel 2013, recita: “[La Barbera ebbe un] ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa”…

A proposito della nota agenda rossa, nel 2006 la Procura di Caltanissetta aprì un’indagine sulla scomparsa dell’agenda di Borsellino per la quale fu indagato l’allora capitano dei Carabinieri (poi divenuto colonnello) Giovanni Arcangioli, il quale fu incriminato nella fattispecie del furto della borsa contenente l’agenda, ma nel 2008 il giudice dell’udienza preliminare sostenne che non vi erano le prove per la sua incriminazione poiché la borsa rimase per quattro mesi presso la squadra mobile di Palermo senza essere aperta. Le deduzioni della magistratura furono due: o l’agenda è stata sottratta in un secondo momento o è esplosa insieme a Borsellino che al momento dell’attentato l’aveva in mano e non in borsa (come testimonia l’unico superstite della sua scorta Antonino Vullo). Si è scelto di consegnare alla storia la versione della distruzione dell’agenda rossa senza aver, come giustamente osserva Salvatore Borsellino (fratello di Paolo), “mai veramente indagato, perché se è vero che il capitano Arcangioli è stato assolto dal reato […] , a mio avviso si sarebbe dovuto indagare su che fine abbia fatto l’agenda di mio fratello”. Indagare, non ipotizzare…

Morte Borsellino, ancora oggi è in atto processo su presunto depistaggio

Dunque, a 29 anni di distanza, sappiamo soltanto, che “qualcuno è entrato in questo inferno, mentre tutto era in fumo, con auto che esplodevano e le stesse armi che esplodevano. Qualcuno è venuto a fare quell’atto vergognoso. Ancora oggi restano i video e ci chiediamo il perché”, come ha dichiarato Vullo l’altro ieri ad Adnkronos.

Basterebbero già questi elementi per aver ben chiaro il motivo per il quale ancora oggi è in atto un processo sul presunto depistaggio, ma forse la ricca stagione di archiviazioni, inidoneità degli elementi e mancate conferme può dare motivazioni decisamente più convincenti.

Nel 1993 la Procura di Caltanissetta aprì, infatti, un secondo filone di indagini per velocizzare l’accertamento delle responsabilità delle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Nello specifico si indagava sulla presenza di suggeritori o concorrenti esterni all’organizzazione mafiosa, denominati “mandanti occulti”. Nell’anno 1998 nel registro degli indagati vennero iscritti per concorso in strage Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Occulti ed occultati. Nel 2002 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta archiviò l’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri per mancata conferma delle dichiarazioni da relato di Salvatore Cancemi.

Strage di via d’Amelio, lo sviluppo delle indagini

La florida stagione delle mancate prove era appena agli albori. Nel 1994, infatti, la Procura di Caltanissetta, all’interno dello stesso filone d’indagine, iscrisse nel registro degli indagati, per concorso in strage, l’ex funzionario di Polizia e dirigente del SISDE (Servizio per le Informazioni e per la Sicurezza Democratica), Bruno Contrada (in realtà già sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa). In questo caso la testimonianza non fu de relato, ma diretta e fu quella del capitano dei carabinieri Umberto Sinico. Nel 2002, anno dell’archiviazione dell’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri, anche la posizione di Contrada fu archiviata per insufficienza di prove.

E ancora, nel prolifico 2002, sempre la Procura di Caltanissetta iscrisse nel registro degli indagati gli imprenditori Antonino Buscemi, Pino Lipari, Giovanni Bini, Antonino Reale, Benedetto D’Agostino e Agostino Catalano (ex titolari di imprese edili collegate alla Calcestruzzi S.p.A di Ferruzzi-Gardini che gestivano illecitamente grandi appalti). Da queste indagini emerse l’interesse di certi ambienti politico-imprenditoriali (POLITICO – IMPRENDITORIALI!) e mafiosi di evitare lo sviluppo delle indagini che i giudici Falcone e Borsellino stavano conducendo sul filone “mafia e appalti”.

Nel 2003 il giudice per le indagini preliminari archiviò le indagini sugli accusati perché “gli elementi raccolti non appaiono idonei a sostenere l’accusa”, ma da allora è un po’ più chiaro il motivo per il quale fu portata via la borsa di Borsellino e si può ipotizzare con ridottissimo margine d’errore cosa ci fosse scritto sulla sua agenda. Quali affari, quali nomi, quali cognomi…

Paolo Borsellino: “Ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza”

Sull’episodio, sono le stesse parole di Borsellino in occasione di una sua visita all’Istituto Tecnico Professionale di Bassano Del Grappa del 26 gennaio 1989 a dare una lettura morale:

“L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. e NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto”.

Proseguendo, verosimilmente rivolto ad uno studente, poi aggiunse una domanda retorica che restituisce il suo alto ideale di politica: “Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati”.

Dopo il biennio 2002-2003, il periodo di archiviazioni prosegue. Nel 2009, sulla base delle testimonianze dei collaboratori Vito Lo Forte e Francesco Marullo, Giovanni Aiello (ex poliziotto) viene iscritto nel registro degli indagati per concorso sia nella strage di Capaci che di Via d’Amelio. L’indagine venne archiviata nel 2012 dal giudice per le indagini preliminari per mancanza di conferme al racconto dei testimoni.

Ancora, nel 2010 la Procura di Caltanissetta iscrisse nel registro degli indagati l’ex funzionario del SISDE, Lorenzo Narracci, anche lui per concorso in strage (in quanto riconosciuto da Spatuzza come l’uomo presente nel garage dove venne preparata l’autobomba). Nel 2016 le accuse vennero archiviate poiché il riconoscimento di Spatuzza non era ritenuto certo.

Strage di via D’Amelio, si è arrivati così all’attuale processo sul presunto depistaggio

Tra falsi pentiti e archiviazioni si è arrivati così all’attuale processo sul presunto depistaggio iniziato il 5 novembre 2018. Un processo triste e poco dignitoso, ma attraverso il quale lo Stato ha ancora una volta l’occasione di prendere la strada della verità scomoda, percorrerla davvero, sgombrare coraggiosamente il campo da ogni dubbio o, se occorre, ancor più coraggiosamente ripulirsi la coscienza. Insomma, l’occasione, (l’ennesima!), per lasciare a giorni come questo la commemorazione e non più anche il triste peso del dubbio e il nero velo dell’ipocrisia perché alla Storia non basta sapere che qualcuno è Stato, alla Storia interessa spiegare precisamente chi e perché.

Perseguendo questa strada sarà anche più semplice insegnare la legalità, convincere i giovani che “un giudice vero fa quello che ha fatto Borsellino”[1] perché “noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare” ognuno nell’esercizio della propria professione, imparando a convivere con l’idea o “la certezza che tutto questo può costarci caro”[2].

Ciao Paolo.

[1] Antonio Caponnetto, intervista a Gianni Minà, maggio 1996.

[2] Paolo Borsellino, intervista a Sposini, luglio 1992.

Classe 1995. Laureato in Lettere Moderne e attualmente iscritto alla laurea magistrale binazionale italo-tedesca "LIDIT" (Linguistica e Didattica dell'Italiano nel contesto Internazionale). Giornalista di Cronache del Sannio, addetto stampa e responsabile cultura di ASC Confcommercio. Collabora con Teatri e Culture, Derivati Sanniti e PalcoscenicoCampania. Allievo dei corsi di Canto e Recitazione dell'Accademia di Santa Sofia e membro dell'Associazione Giovanile Thesaurus.

Notizie Flash

';

I più letti

Zetanews.it è una testata giornalistica on-line. Registrazione del Tribunale di Nocera Inferiore n° 9/2019 dell' 11 dicembre 2019 RC 19/1808 - Editore: AGER AGRI APS, con sede in Nocera Inferiore (SA), via Libroia, 41 [email protected] - © Riproduzione Riservata – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione della fonte corretta www.zetanews.it